venerdì 23 maggio 2014

Giallo alla Villa del Varignano Vecchio



Era una fresca sera d’estate. La brezza faceva danzare le foglie d’ulivo sulla collina.

Era la terza ora dopo il vespro e , in seguito a una lunga giornata nei campi, finalmente ci potevamo godere la notte. Le mie palpebre erano pesanti e non vedevo l’ora che si chiudessero.

Improvvisamente sentii dei passi avvicinarsi alla camera. Il cuore mi batteva forte. Senza pensarci, mi alzai e, dopo aver messo a posto il letto per far sembrare che non ci fosse stato nessuno, mi ci nascosi sotto.

Un individuo aprì la porta. Dal mio nascondiglio non riuscivo a scorgergli il volto, ma notai che le sue gambe erano bagnate fradicie; a giudicar dalle numerose gocce che cadevano a terra, doveva esserlo anche la restante parte del corpo.

“Lucio? Ci sei?”. Riconobbi quella voce e mi tranquillizzai. Uscii da sotto il letto.

Era Flavio, grondante acqua dalla testa ai piedi e con un braccio sanguinante,

“Si può sapere dove sei stato?” domandai seccato.

“Mi stavo riposando sotto ad un ulivo, non ce la facevo più a zappare”.

Nella villa e nel fondo ognuno aveva le proprie responsabilità e Flavio non era certo affidabile.

“Cosa credi? Anch’io mi spacco la schiena nei campi!”.

Non rispose e si mise a dormire, infradiciando il letto.

“A proposito: perché sei bagnato?”. Ormai russava.

Il giorno dopo fu straziante: il sole batteva forte e si era disposti a fare a pugni per un po’ d’ombra. Quando non c’erano guardie nei paraggi, ogni contadino correva verso l’ulivo più vicino per ripararsi.

Stavo riposando quando mi sentii spinto e caddi nelle morbide zolle di terra. Ero pronto a scommettere che una guardia mi avesse scoperto, ma, quando mi voltai, vidi Marzio che, con il suo solito ghigno, si stendeva all’ombra. Quel tipo è pericoloso. Non stetti neanche a discutere. Stavo per ricominciare a lavorare quando vidi le guardie farci cenno di recarci al loro cospetto.

“Ieri è avvenuto un furto! E’ stato rubato un bene di Marcus, il dominus della villa. Fidatevi, non ci metteremo molto a trovare il colpevole!”

Studiarono i nostri sguardi uno a uno. Povero Flavio: anche se non era il colpevole, mostrava paura come un bambino. Quando constatarono che nessuno voleva ammettere, se ne andarono impartendoci l’ordine di proseguire il nostro lavoro. Mi domandai quale potesse essere l’avere di cui parlava la guardia. Voci tra i contadini dicevano che quella sera ci sarebbe stato un banchetto qui alla Villa del Varignano e che io ero stato scelto per portare le pietanze a tavola.

Infatti, a mezzodì, una guardia venne a recarmi questa notizia. Ciò è strano. Non succede mai che un contadino viene nominato cameriere.

Giunta sera, mi presentai a Marcus. Era vestito con un abito rosso porpora, ma non era quello solito, quello più sfarzoso. Lo sentii bisbigliare al vilicus, il suo fattore: “Se il contadino desta sospetti, interrogatelo e rinchiudetelo”. Quella sera era ben vestito  e profumato.

Gli ospiti erano già stesi sui loro triclini ed erano accompagnati da una musica di cetra. Dovevano essere ospiti importanti. Io reggevo un vassoio con sopra pesce e garum. La tentazione di assaggiarlo era forte, ma resistetti.

Un ospite bevve un sorso d’acqua e fece una smorfia.

“Oh! L’acqua non è di suo gusto?” chiese prontamente un servitore.

“In effetti ha un sapore sgradevole”.

Arrivo Marcus: “Buona serata, miei cari amici! Scusate se vi ricevo con questo abito, ma il mio migliore mi è stato rubato”.

Le guardie mi fissarono, ma, ancora prima che potessi aprire bocca, vidi Marcus che mi puntava con un dito. Senza esitare, buttai il vassoio e cominciai a correre. Ovviamente fui inseguito, credevano fossi stato io a rubare l’abito; ma non capivo cosa avesse di così importante. Uscii dalla villa. Nel buio persero le mie tracce; ero sui rami di un ulivo ai piedi della collina.

Quando si arresero, tornarono indietro. Avevo molto sonno, ma non potevo andare nella mia cubicula. Mi appoggiai a qualcosa di appiccicoso: era sangue non del tutto seccato. Non mi feci domande su perché ci fosse: stavo per cadere nel sonno. In un incavo del tronco dell’ulivo vidi un luccichio. Ci infilai la mano e tirai fuori un velo di seta ornato con oro e perle. Valeva sicuramente una fortuna.

Vidi le guardie dirigersi verso di me. Rimisi il vestito nel tronco e scappai. Mi diressi verso la cisterna. Ero sicuro che il colpevole fosse Marzio, per questo voleva incastrarmi. Capii cosa dovevo fare: “Fermi! So chi è il ladro, vi assicuro che non sono il colpevole!”

Non mi uccisero, mi bloccarono con delle corde, ma mi diedero ascolto.

Il mio piano era aspettare che il ladro si avvicinasse di nascosto all’ulivo. Dopo poco vidi una figura armeggiare intorno all’albero. Fu in quel momento che vidi Marzio spuntare da dietro una siepe e attaccare il ladro.

Lo riconobbi: era Flavio.

Tutto combaciava. Dopo aver preso il vestito, scappò dalle guardie e si ferì al braccio lasciando tracce di sangue sull’ulivo dove aveva nascosto la refurtiva. Poi, nella fretta, cadde nella cisterna dove perse dell’altro sangue conferendo all’acqua un cattico sapore. Tornò nella cubicula dove lo vidi conciato così. Marzio probabilmente sospettava fossi io il ladro e voleva impossessarsi dell’abito.

Le guardie non ebbero pietà: scoccarono le frecce facendolo cadere a terra.


Intervista al vilicus della Villa del Varignano Vecchio






Abbiamo incontrato il Marcus, il vilicus della Villa del Varignano Vecchio. Ci ha rilasciato la seguente intervista.



  • Buongiorno, signore, lei è il vilicus della villa, cioè l’amministratore. So dalle mie fonti che producete esclusivamente olio, vero?
  • No, in questo momento noi produciamo anche prodotti agricoli e riforniamo d’acqua le navi. Comunque, è ancora prevalente la produzione olearia.
  • La produzione agricola ha migliorato la villa?
  • Sì, c’è stato più di un cambiamento. La zona destinata alla coltivazione dell’ulivo ora è destinata alla coltivazione agricola e la cisterna, allargata,  ora contiene l’acqua per il rifornimento delle navi.
  • Interessante…ma come procedono i lavori?
  • Bene, anzi benissimo! Da quando abbiamo introdotto altre produzioni i guadagni sono aumentati.
  • Mi spiegherebbe la lavorazione dell’olio?
  • Con molto piacere. Le olive vengono raccolte e successivamente portate al torchio. Esso è formato da quattro assi verticali, uno orizzontale e il verricello. Le olive vengono pressate e l’olio passa nelle vasche di decantazione per potersi liberare dalle impurità. Successivamente viene messo nelle anfore per poi essere commerciato.
  • I contadini lavorano con zelo?
  • Mah…Alcuni lavorano molto e bene, altri, per farli lavorare, devo farli frustare, e poi eccome lavorano bene! Il lavoro che mi fa provare più compassione per i contadini è il torchio perché è molto faticoso.
  • Prima mi ha parlato della cisterna. Me la descriverebbe?
  • La cisterna ha una doppia volta e una capacità di 15.625 anfore [N.d.R. 1 anfora=48 litri]. All’esterno troviamo dei contrafforti con in mattone, all’interno muri in cocciopesto. Il cocciopesto è un mattone tritato con la pozzolana, che è una pietra vulcanica.
  • Mi descriverebbe il porto?
  • Ha una banchina lunga circa 12 pertiche e profonda 1 [N.d.R. 1 pertica=2,96 metri]. Lo usiamo molto per i commerci.
  • Con chi commerciate principalmente?
  • Con la colonia di Lunae da cui parte la via Aemilia Scauri. E’ un ottimo giro di commerci.
  • Il dominus come si comporta con lei?
  • E’ una persona tendenzialmente cordiale, ma preferirei non parlarne.
  • Lei ha molte responsabilità?
  • Sì, moltissime. Rima di tutto sul personale e riguardo alla villa, poi ogni mese, se non pago al dominus una certa quota, rischio la pelle. Comunque il mio motto è “Grandi produzioni, grandi guadagni”.
    Pensavamo al vilicus come persona che si godeva la vita nelle terme private. Abbiamo incontrato, invece, una persona molto attenta al suo lavoro.

sabato 15 febbraio 2014

Il derby di ritorno


Genova, 4 Febbraio 2014           
Caro Alessandro,
 ieri è successa una cosa veramente inconcepibile che devo assolutamente raccontarti anche se, per tua fortuna, sei tifoso di un’altra squadra ( mi spiace per te che sei nato in Piemonte).
Stavolta è andata male: il derby è loro. All’andata tre pappine e a casa. Oggi invece hanno vinto una partita giocata con  tanta corsa e tanta pressione sui nostri giocatori, ma anche creando qualche buona azione, ad esempio  quella del gol.

Rossoblù i colori che hanno stravinto il derby delle coreografie, ma questo ormai non fa più notizia.  Un’opera d’arte sia la  Nord che i distinti. La Storia ci appartiene e ogni tanto è bene ricordarlo a tutti.
La partita è stata vinta meritatamente dai nostri avversari, anche per nostri troppi demeriti. Può capitare di sbagliare una partita, sarebbe meglio se non fosse il derby.
Bisogna dire  che poteva finire 2 a 0 per loro o anche 1 a 1 oppure 2 a 1 per noi. Gli episodi ci dicono questo. È  mancata un po’ di cattiveria per mettere nel sacco le occasione che sono capitate.
L’hanno preparata meglio, loro, forse mentalmente  l’hanno interpretata meglio. I nostri primi dieci minuti possono averci illuso con l’occasione di Gila sul passaggio di Matu (ti ricordi – quello con tutti i tatuaggi), ma poi siamo spariti, incapaci di essere pericolosi. Con tanti passaggi, ma Gilardino da solo e ben marcato. Un loro tiro su punizione a fil di palo alla destra di Perin. Poi alla prima disattenzione hanno segnato con una combinazione  Eder – Lopez. Come “cervo che esce di foresta” (citazione di mio papà che dovrebbe essere spiritosa – ma io non la capisco !!!) ci ha fatto gol alla sua prima partita dopo il ritorno a Genova.
Il Genoa fatica dopo lo svantaggio. Facciamo anche due gol (ma in netto fuorigioco).
Nel secondo tempo il gioco lo facciamo noi, ma non si riesce ad essere pericolosi se non con qualche mischia.
Dentro Fetfatzidis per De Maio. Inizia l’arrembaggio del Genoa, proviamo anche la carta Sculli dentro al posto di Konaté, poi Gasperini metterà  anche Calaiò per Marchese. Netto predominio territoriale e nel possesso palla, ma anche tanti errori. Ad un certo punto avevamo tre colpitori di testa ma non riuscivamo a fare un cross decente: traiettorie basse o troppo lunghe.

E’ andata male. La cosa peggiore è la sensazione di non esser stati capaci di metter sotto una squadra più debole.
Seconda panchina consecutiva  per capitan Portanova. Il capitano di tutto il girone di andata il derby deve giocarlo. Posso immaginare il suo stato d’animo seduto a guardare i compagni che lottano senza riuscire a raddrizzare un risultato ancora in bilico.

Potevamo giocarcela diversamente, forse con più coraggio,  anche perché la classifica lo permetteva.    
Non facciamo tragedie per questo derby, ma perdere con loro non è mai simpatico.  
Ale, perdere il derby nemmeno negli incubi peggiori, però  se ripenso a Boselli mi sveglio sicuramente col sorriso.J
                                                                                                             Baci   Auro  Description: Description: https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQoMPs9FIZWTHxS5dwfVpIpl2BMai5EBdeRvs_j9seJAUVKBIhV

lunedì 27 gennaio 2014

La fuga degli Spinola



Un ragazzino stava fuggendo da Camogli insieme alla sua famiglia in cerca di un rifugio per fuggire dai Saraceni verso le montagne dell’Appennino Ligure che si stagliavano sopra il paese; questi avevano saccheggiato e bruciato la cittadina uccidendo la maggior parte della popolazione.

 La piccola famiglia era costituita da quattro membri. Il figlio più piccolo si chiamava Lamba, era forte e coraggioso, aveva occhi azzurri e capelli biondi come il sole;  il figlio maggiore si chiamava Rodolfo, era magro timido e un po’ donnaiolo, ma davvero un ragazzo d’oro. I genitori erano delle persone molto indaffarate, ma trovavano sempre un po’ di tempo da dedicare ai figli: il padre aveva trentadue anni mentre la madre trenta; vivevano in una casetta affacciata sul mare e si nutrivano prevalentemente dei pesci che pescava il padre e dei prodotti dell’orto che coltivava la madre. Un'altra parte consistente dei prodotti venivano acquistati al loro mercato: IL MERCATO DEGLI SPINOLA.

In seguito agli attacchi frequenti dei Saraceni ai villaggi costieri la tranquillità dei borghi era stata sconvolta drammaticamente. Il popolo, alla vista delle navi saracene che si avvicinavano all’orizzonte, aveva tentato di rifugiarsi nel castello Dragone per organizzare la resistenza, ma, una volta sbarcati, i Saraceni si dimostrarono immediatamente più forti per numero e per armi.

La prima notte fu tremenda, faceva molto freddo e i viveri erano pochi. La mattina seguente, dopo lunghe ore di cammino, la povera e infreddolita famiglia giunse ad un’abbazia dove furono accolti calorosamente da due anziane suore, le quali offrirono loro una zuppa calda di legumi e una pagnotta; diedero ai poveri Spinola una cura a base di aloe (pianta che proveniva dalle terre saracene) per medicare le ferite apertesi durante la notte passata sotto la pioggia a cercare riparo. Infine le pie religiose donarono delle biglie a Lamba e Rodolfo per svagarsi.

Nell’edificio religioso regnava la pace e il silenzio dovute alle ore di preghiera. Lungo il corridoio che li conduceva alle celle, videro molte suore che camminavano pregando con rosari e libri di devozione. Varcata la soglia della loro accogliente celletta, i genitori, stremati dal lungo viaggio, si accasciarono su un baldacchino posto al centro della stanzetta, mentre i figli si sdraiarono su due comodi letti posti ai lati della letto; il soffitto era affrescato con degli angeli in volo e rappresentava Gesù sulla Croce.

Il giorno seguente, dopo una notte di riposo, una delle suore più anziane bussò alla porta della celletta portando una terribile notizia: la peste stava flagellando i paesi intorno all’abbazia e presto, a meno di un miracolo, sarebbe giunta anche all’abbazia. Appresa la notizia, la famigliola dovette raccogliere le poche cose che era riuscita a salvare e in breve tempo cercare scampo avventurandosi nella zona più inesplorata e selvaggia della foresta per cercare di salvarsi dalla terribile malattia. La foresta era immensa, un gran numero di cerbiatti e caprioli viveva nelle radure, ma, purtroppo, era anche popolata da belve feroci, quali lupi, orsi, e cinghiali.

La mattina seguente il padre si svegliò e si trovò solo. Provò a chiedere aiuto, ma era troppo debole per andare a cercare il resto della famiglia sparita nell’intrico dei rami e dei rovi della foresta e sprofondò prima in uno strano dormiveglia e, quindi, si addormentò.

Sui monti dell’Appennino era nuovamente calata nuovamente la notte. Simone era ancora lì, si svegliò in preda al panico, riprovò a chiamare la sua famiglia, ma in quel momento si rese conto di non essere solo, sentì il rumore dell’acqua, si girò e vide un pescatore intento a pescare delle trote per nutrirsi. Fece un cenno come segno di aiuto, il pescatore notò dei movimenti nella fitta foresta, incuriosito andò a scoprire cosa stava succedendo e trovò Simone sdraiato dolorante e lo portò con sé. Arrivati sulla barca il pescatore, di nome Alberto, gli diede dell’acqua e avvolse le ferite con degli stracci che usava per coprire il pesce. Il viaggio fu molto doloroso per Simone, ma, arrivati nell’abitazione, la famiglia lo medicò e gli diede una zuppa di pesce.

La mattina seguente si svegliò e trovò la sua famiglia accanto a lui. Vedendoli, capì di non aver perso nulla e, al pensiero, si rallegrò. Si abbracciarono e trascorsero la giornata a raccontare l’avventura passata.




Quando la famiglia si riprese, inseguirono il proprio sogno di intrattenere le persone con spettacoli teatrali. Iniziarono ad avere successo nella piccola comunità, guadagnando soldi per comprarsi una piccola casa e mandare avanti la famiglia.

Un freddo giorno di inverno un uomo bussò alla porta e consegnò una lettera contenente soldi. Non ricevevano lettere da molto tempo e furono molto contenti di aprirla: “Cari familiari, sappiamo della vostra situazione economica, sappiamo della vostra grande fama nel mondo del teatro e vogliamo aiutarvi ad avverare il vostro sogno di aprire un teatro gratuito che faccia divertire anche le persone bisognose ”.

La famiglia fu molto felice della lettera e rispose con felicità, ma subito dopo iniziò a pianificare il proprio progetto. Poco tempo dopo furono pronti a comunicarlo a tutta la comunità attraverso rudimentali manifesti. La città fu grata alla famiglia organizzatrice, che da niente erano arrivati a dare tutto quello che possedevano. Gli Spinola, per realizzare il loro progetto, dovettero cedere ai venditori del teatro denaro ,oggetti di valore… e molte altre cose a cui tenevano, ma non quanto il proprio sogno.

Pochi mesi dopo la famiglia aprì il teatro al pubblico. Il loro teatro era piccolo, ma il palcoscenico era molto spazioso, il soffitto era ricco di affreschi raffiguranti immagini scenografiche che rappresentavano la storia della recitazione. Molte persone vennero all’inaugurazione e si divertirono, la comunità iniziò ad usare il teatro come meta di tutti i giorni. I teatranti strinsero amicizia con persone del popolo e i ricchi poterono aiutare loro  a iniziare, a lavorare e guadagnare soldi per vivere.

In città gli Spinola furono molto importanti e tutti ammirarono loro per tutto quello che avevano fatto per la comunità. Essi diventarono sempre più conosciuti e persone fuori da Camogli iniziarono a venire ai loro spettacoli, iniziarono a costruire teatri in loro onore e chiedere loro se potevano andarci una volta; ovviamente la famiglia accettava sempre e il teatro in città iniziò a non essere più usato perché gli Spinola erano sempre fuori città. I genitori, ormai troppo anziani,  decisero di restare in città e recitare i propri spettacoli nel teatro e i figli presero il posto dei genitori e girarono per le città d’Italia recitando. Anche i ragazzi iniziarono a seguire gli spettacoli e iniziarono ad interessarsi al teatro, allora Rodolfo e Lamba decisero di insegnare a recitare. Lamba e Rodolfo si divertirono a insegnare, ma un giorno venne loro consegnata una lettera con scritto di tornare in città per la festa più importante dell’anno. Allora dovettero tornare a casa e, subito dopo lo spettacolo, i genitori si ammalarono e morirono a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.

Trascorsero gli anni, ma loro continuarono a sostenere il teatro perché quello era stato il sogno e il progetto dei loro genitori e non volevano deluderli. Ormai Lambo e Rodolfo erano diventati anziani e lasciarono il posto ai loro figli e a tutti i ragazzi che li avevano aiutati nel passato. Dopo alcuni anni gli eredi iniziarono a sottovalutare il teatro, a non tenerlo bene e a non rispettare le regole imposte dai loro nonni.
Allora Lamba e Rodolfo si arrabbiarono, tolsero ai figli  il teatro e lo tennero loro, recitando nonostante la loro età. Questo era proprio quello che avevano fatto i loro genitori, avevano dato tutto quello che avevano per il teatro perché era il loro sogno. Dopo la loro morte i loro figli avevano impararono la lezione e continuarono a tramandare da padre in figlio la propria passione di recitare fino a fondare un teatro tutto loro.
Claudy, Ely, Emi ed Hele (2^D)

domenica 26 gennaio 2014

Caro Silvio



Caro Silvio*,
in questa pagina di diario ci tengo a narrarti un mio sogno che persevera nella mia mente da quando ero piccolo: mi piacerebbe diventare un insegnante alle scuole medie.
Tu penserai che sono un pazzo a pensare queste cose, considerato il mio rendimento scolastico.. ma è da sempre che ho questa passione per la geografia: mi studiavo a memoria tutte le capitali mondiali, ne conoscevo addirittura 110 su 150 e trascorrevo ore adosservare l'atlante.
La mia passione è cresciuta anche grazie a mio fratello che ha avuto determinazione ed è diventato docente in una scuola media svizzera. Io sto già apprendendo da lui le norme fondamentali per spiegare  e mi sembra molto bello.

Poi, anche stare coi ragazzi mi piacerebbe molto e cercherei di essere loro amico.
Con la mia mentalità da bambino io il professore lo farei così: assegnerei pochi compiti, nelle vacanze niente, il mio metodo di insegnamento sarebbe divertente, coinvolgente e mai noioso. Perchè fare questo? Perchè,cioè, voglio dire.. poveri ragazzi sono già carichi di compiti nelle altre materie, almeno la mia la vorrei rendere bella e divertente...

Oltre a diventare professore mi  piacerebbe fare anche l'esploratore: a me piace molto viaggiare in megalopoli ma anche in posti scinosciuti dall' uomo perché i viaggi sono legati alla geografia e al divertimento.

Un altro mio progetto sarebbe quello di diventare un topografo famoso.  Se te non sapessi cosa fosse la topografia, essa è una disciplina che studia  la scala di una zona e la rappresentazione di un territorio o città. Anche questo l'ho ereditato da mio fratello  che creava mappe geografiche per lavorare e si divertiva.

Il mio futuro spero, caro Silvio, sia orientato verso orizzonti geografici e di insegnamento ai ragazzi.

Come dice Kipling: If you can dream and not make dreams your master.
Roland (2^F)


*Silvio è il nome che ho sempre assegnato al mio diario e non c'entra nulla con altri personaggi.

sabato 25 gennaio 2014

Il detective pensionato


Si alzò faticosamente dalla poltrona e si diresse in camera da letto.  Aprì l’armadio e accarezzò con gesti di nostalgia la sua ormai vecchia divisa da poliziotto.

Il vecchio pensionato Luigi faceva questo rito ogni giorno perché il suo sogno era tornare commissario.

La sua mattina abituale funzionava cosi : si alzava alle undici,mangiava un panino per pranzo e dormiva tutto il pomeriggio. Insomma ,questa vita da sfaccendato lo aveva reso stufo.

Lui voleva rivivere la brezza di un tempo, gli piaceva scoprire i misteri nascosti, stare con gli amici. Ma soprattutto voleva nuovamente indossare la sua vecchia divisa con le stelle d’oro,con i vari distintivi ricevuti negli anni. Anche il suo cappellino con la visiera tutto blu. Il suo completo era davvero elegante, ma ciò che al commissario faceva sentire un vero professionista,era la sua cintura in pelle con tre asole: una per la pistola,una per il telefono di lavoro e, infine una per le manette. Questo bellissimo completo a volte non lo usava:  ad esempio, quando c’erano delle rapine in banca, lui arrivava, con i suoi aiutanti, in borghese di modo che i rapinatori non si accorgessero della sua vera identità.

Mentre Luigi vagava nei suoi ricordi, suonarono alla porta.  Era Simone, il suo migliore amico. L’ex commissario aprì e vide il suo caro amico con un pacchetto fra le mani. Luigi gli fece cenno di entrare. Appena varcò la soglia gli consegnò il regalo. Egli si sedette, scartò il regalo e vide che c’erano dei cioccolatini. L’amico gli svelò: ”Io li ho portati in onore della nostra carriera!” accompagnò la frase con un tenero sorriso.  Luigi contraccambiò e poi gli rivelò: ”Vedi io…non sono in pensione ma mi sono ritirato!” Simone tirò un sospiro sorpreso: ”Come!?!” Luigi spiegò: ”Be’…un giorno ho sentito una discussione tra i capi e, fra i vari argomenti trattati, ci fu anche quello di chi mandare via…In mezzo a quel discorso William Louis…si soffermò un attimo, tirò un libro contro il muro e continuò :”Quell’idiota disse:<<Perché non ci leviamo di torno Luigi?>>. Mi bastarono quelle parole per prendere la mia decisione!

Simone ,rattristato, lo rassicurò: ”Non prenderla così, sai che William fa degli scherzi che feriscono! Però a te piace il tuo lavoro?”

Luigi sospirò: ”E’ ovvio, però…!”

Il caloroso amico lo fermò:”Vedi,sai che ti dico?Oggi stesso andremo alla base per  chiedere la riassunzione!”

Detto questo, si alzò e si diresse verso la porta, ma fu frenato dal suo amico: ”Ok, però mi voglio travestire!”

L’amico tirò un sospiro e andò. Il negozio per travestimenti era lì nei paraggi, quindi Luigi stette ad aspettare l’amico davanti ad uno dei suoi fumetti preferiti. Dopo venti minuti di attesa,Simone tornò,diede il sacchetto all’amico e disse con il fiatone:”Ora provali e guarda se vanno bene! Spero che ti piacciano!”

Luigi  esegui l’ordine :”Perfetti, poi sono anche un po’ ingrassato, quindi non mi riconosceranno ,terrò notte e giorno i miei Ray-Ban con le lenti scure!” Simone annui : ”Facciamo che io entro dicendo che sei mio cugino e che vuoi entrare nella carriera!” Luigi si preparò con la divisa, le scarpe, la parrucca, i baffi e i Ray-Ban

.Uscirono, alla guida della Jaguar blu ci stette Simone che guidava sempre sicuro e ide veloce, proprio lo stile di guida che l’ex commissario adorava!

Arrivati a destinazione, Simone parcheggiò e chiese a Harry Clooney :”Questo è un mio lontano cugino,può venire a lavorare qui?”Il dirigente rispose: ”Beh..dovremmo metterlo sotto una serie di prove!” Luigi annui guardando con emozione il suo amato luogo. Quel posto era un hotel dove alloggiavano i poliziotti e il loro luogo di lavoro era poco distante. Modificando la voce: ”Certo va bene! Quando iniziamo?”-domandò con aria interessata. Harry Clooney, con un sospiro: ”Iniziamo oggi!” –lo informò con un grande sorriso. Luigi annuì. Simone disse:”Beh..io vi lascio da soli…” Iniziando ad incamminarsi ,fu fermato da Harry: ”No! Tu resti perché, da buon detective,devi dare istruzioni a tuo cugino! ”Simone  allora restò. Harry, senza esitare, scosse un campanellino, arrivò l’inserviente di nome Albert. Il direttore ordinò: ”Albert, mostragli le loro camere!”

 Il fattorino esegui l’ordine, salirono due rampe di scale e arrivarono davanti ad una porta in legno con un’insegna in acciaio con sopra scritto 16. Luigi, entrando nella camera, riconobbe che era la sua. Quella moquette verde con quei piccoli fiori gialli,la tappezzeria color crema,gli armadi bianchi e lo specchio che prendeva tutto il corpo gli ricordavano la prima volta che era entrato lì a venti due anni. Ora ripensare a quel  momento era bellissimo. Rimase per un attimo estasiato,poi fu Albert a dirgli: ”Signor..”

Luigi :”Sì, scusi?”

Dopo che Albert ebbe spiegato tutto, se ne andò. Il detective decise di farsi una dormita.  




Verso le sei venne svegliato di botto da un allarme, sentì urla e grida. Come prima idea gli venne di andare a cercare Simone. Uscì dalla camera e vide delle fiamme, poi decise di mantenere la calma, si affacciò alla finestra e vide che c’era il tubo dell’acqua, così prese il lenzuolo, lo legò alla finestra, si calò, prese l’acqua e la spruzzò sull’edificio. Entrò e per  fortuna, tutti erano salvi.

Il dirigente che sembrò aver capito la vera identità del commissario, gli fece un sorriso: “ Luigi, ci hai salvati per la seconda volta! “
 Emi (2^D)

martedì 26 novembre 2013

Io come Dante


… Lui mi chiese chi mi aveva fatto da guida ed io iniziai a raccontare…
Era il 18 Febbraio e, come al solito, quel giorno, all’alba, inviavo un messaggio a mio fratello per il suo compleanno, anche se sapevo che non mi avrebbe risposto a causa del rapporto che, invecchiando, peggiorava sempre più.
Per me inviare un messaggio richiedeva tempo perché mi avevano diagnosticato un’artrosi alle mani, inoltre al mattino presto, in occasione del compleanno di qualche mio fratello, spedivo una lettera e qualche regalo che mi apparteneva ed era carico d’affetto per me e per i miei genitori che ormai non c’erano più.
Ormai ero anziana e mi recavo a Messa, specialmente il 18 perché era l’anniversario di morte di mia nonna, che non ho mai conosciuto. Quella sera decisi di fermarmi a parlare con il mio prete, quasi centenario, che mi conosceva da quando ero bambina. Iniziai a parlargli quando sentii un dolore fortissimo al petto, lui provò chiamare aiuto, ma quando tornò da me… Io… Non c’ero già più.
Mi risvegliai in un prato tutto verde e percepii una voce che non avevo mai sentito, una voce così bella che non sapevo descrivere. Mi rialzai e vidi uno specchio; mi guardai ed ero tornata bambina, poi vidi una signora che mi prese per mano e iniziò a parlarmi dicendomi di chiudere gli occhi. Prima, però, mi cadde l’occhio su una collana che portava al collo: era una bellissima catenina d’oro con un cuore spezzato con scritto “Sant’Antonio proteggi il mio sposo”, proprio come quella che aveva mio nonno.
Io, subito, le chiesi se era lei la mia nonna mancata, ma lei mi rispose con un’unica frase: “Vieni e seguimi, fidati di me”. Mi prese la mano e mi ordinò di chiudere gli occhi.
Quando li aprii, vidi un luogo tutto rosso pieno di anime tristi. Bisognava stare zitti.
Dopo, mentre camminavo, mi resi conto che stavamo camminando verso l’Inferno; proprio dopo aver realizzato, entrammo nel cosiddetto “Cuore dell’Inferno”. Mi fecero sedere su una poltroncina con sotto tutto del fumo rosso, come i fumogeni che lanciano nella Nord, però puzzavano di meno… Comunque tornando a noi…
Mentre aspettavo, un ragazzino vestito di bianco mi spiegò che potevo venire al piano superiore. Continuando a camminare più avanti c’erano tre porte, una grande, una media e una piccola.
Io andai un po’ preoccupata. Quando arrivai, su ogni porta, tranne in quella più piccola, c’era scritto “La tua strada è dietro questa porta, non avere paura di entrare.”
Visto che ero una bambina, ragionavo come quando avevo dodici anni, perciò stavo per entrare nella porta grande quando il rumore di alcuni passi mi spaventarono.
Presa dalla paura, volevo entrare nella porta media, ma un flashback mi fece cambiare idea. Mi ero ricordata che il Vangelo recita “Non entrare nella porta larga e grande, ma nella porta stretta e piccola”. Così, senza ripensarci due volte, corsi dalla porta piccola, entrai con qualche difficoltà, e, appena entrata, un gruppo di nuvole color avorio mi fecero da “trasporto”. Rividi quella signora ed ero sempre più convinta che fosse mia nonna, poi quel ragazzo spuntò di nuovo e mi spiegò che ero nel Purgatorio.
 Lì c’erano molte anime che mi sembrava di conoscere. Erano legate con una catena al piede e in fondo avevano una specie di pietra tutta rotonda e nera. Li, prima di entrare nel Paradiso, c’era una grande porta tutta con degli ornamenti d’oro.
C’erano due santi, San Giovanni e San Pietro, che aprivano una lunga pergamena ad ogni anima che si fermava per entrare nel Paradiso. Iniziavano a leggere la vita di colui che si presentava. Infatti, c’era da fare una fila lunghissima, come quella delle Poste. Il tempo sembrava che non passasse mai. Ad un certo punto toccava a me; iniziarono a leggere la mia vita fino a dodici anni, ed è per quello che le anime le trasformavano in ragazzi.
Alla fine del racconto mi commossi, mi diedero la pergamena e mi annunciarono che potevo salire al piano di sopra. Piano piano mi alzavo e lasciavo il Purgatorio per entrare nel Paradiso.
Lì incontrai tutti i miei parenti.
Per ultima arrivò quella signora misteriosa e pronunciò la frase più bella di tutta la mia vita: “Sono io, tua nonna”.
Ero felice anche se ero morta! …
 Lui mi disse che è stato un bel viaggio, e io, molto contenta, me ne andai…
Maddy1893 (2^D)



giovedì 21 novembre 2013

Gli Hopi

Ecco la ricerca di un mio ex-alunno, ora universitario, sulla popolazione amerindia degli Hopi.

Erano  tempi in cui a scuola si studiava Informatica e si poteva fare* scuola in modo diverso.

Ve ne proporrò altre affinché esse non siano da confronto, ma da stimolo.








*Sapete quanto odio il verbo 'fare', così generico e poco specifico. A voi trovare sinonimi più appropriati.

Prof.Mouse

mercoledì 20 novembre 2013

Cosa pensano i miei arti




In questo momento le mie braccia e le mie mani sono stanche perché è tutto il pomeriggio che scrivo e direi che non sono molto contente; mentre i miei piedi e le mie gambe sono stufe di stare sedute senza muoversi da “tre ore”.
 
Mi sembra passata una eternità da quando ho iniziato a scrivere questi due temi e non è una cosa tanto piacevole; ma quando sono a scuola è molto peggio perché, per tre ore, i miei piedi e le mie gambe non si muovono proprio per niente!
 
 E che dire dei miei polsi? Stanno tutto il giorno a scrivere, a scrivere e a scrivere in vari modi:
 
il primo è sotto dettatura che è il peggiore perché, se non ti sbrighi, sei finito e direi che per i nostri polsi reggere il tempo rappresenta un gran bello sforzo;
il secondo è anche lui brutto, hai un tot di minuti per RICOPIARE una pagina o un paragrafo del libro di testo;
il terzo è sotto pressione, ad esempio le verifiche o le interrogazioni scritte;
- il quarto è quello che io preferisco, cioè inventare uno scritto perché nessuno ti dice di sbrigarti e perché lo inventi tu e, soprattutto, nessuno può dirti che hai sbagliato ciò che hai scritto.
 
 Comunque sia, i miei polsi soffrono in tutti e quattro i casi.

La materia che i miei arti odiano di più a scuola è educazione fisica (ma, purtroppo per loro, è la mia materia preferit )  perché si corre e le mie gambe soffrono e credo che, se avessero una mente per  pensare, mi ucciderebbero anche per il fatto che si stancano troppo, per non parlare di quando salto che ho l’intestino che va da una parte all’altra della pancia!

Le mie braccia, quando gioco a tennis, secondo me, pensano “Ma chi ce lo ha fatto fare?” e quasi mi dispiace per loro perché capisco quanto si possano stancare!
 
Julia (2^F)

Il 'mio' Caronte/2

 



Mi  sono sempre immaginato Caronte con il cappuccio sulla faccia,  gli occhi assatanati e la schiena a punto interrogativo.
 
Ad un certo  punto ho cambiato idea: l'ho immaginato come se sentisse il passare  degli anni e, iniziandosi a stancare del lavoro svolto, divenisse il"nonno pazzo" dei morti e non prendesse più il suo lavoro con  serietà ed impegno.
 
Assolutamente non me lo immagino come  nell’affresco di Michelangelo.
 
C’è da chiedersi se quel pittore abbia  mai sollevato la copertina della Divina Commedia, mai un tratto che lo  raffiguri o lo possa minimamente ricordare. Ha cambiato tutto!
 
Il  Caronte classico per me è quello dei miti greci come quello dei tempi  di Ulisse che aveva la barba lunga color neve e gli occhi di fuoco. 
Nel ritratto di Michelangelo, per me, è troppo muscoloso, alto e  arrabbiato (che tra l’altro non si capisce con chi perché non si sa  chi prende a bastonate).
Altra cosa che mi lascia perplesso è lo  sfondo: troppo calmo come cielo, nei racconti in cui è raffigurato  l’Inferno lo si descrive buio, cupo e straziante, qui invece viene  raffigurato come una celestiale giornata di primavera.
 
In questo  dipinto mi lasciano perplesso varie cose e non credo proprio che  assomigli a quello di Dante.
 
Emidex (2^F)