venerdì 23 maggio 2014

Il ragazzo e il veliero

Racconto che ha partecipato al concorso 'Raccontare il Medioevo' a cura dell'Istituto Storico Italiano per il Medioevo.




Tutto iniziò nel 1282 quando ero un ragazzo residente  a Quarto, a quattro miglia da Genova.


Il mio nome è Domenico, non ho mai conosciuto i miei genitori perché sono morti in battaglia, così mi ha raccontato la mia balia di nome Maria. Sono stato cresciuto da lei fino a quando ho compiuto dieci anni perché Maria era da tempo molto malata ed è morta. Mi ricordo che morivano tante persone, donne, vecchi, bambini, di una malattia chiamata peste nera che era incurabile e mieteva tante vittime soprattutto tra i poveri.


La mia balia non era ricca, ma mi voleva molto bene, cercava di non farmi mancare mai il cibo, magari lei non mangiava ma per me c’era sempre qualcosa. Mi ricordo che spesso scherzava: “ Stasera proprio non mi sento di mangiare, anzi sai cosa facciamo? Apparecchiamo come fossimo ad un ricco banchetto” e, così dicendo, stendeva una tovaglia tutta colorata sul pavimento di terra all’interno della casa e, accendendo il lume che metteva al centro, tirava fuori un bel pezzo di pane e  una forma  di formaggio che, per me, era come oro!


Abitavamo in un villaggio dove c’erano tante case e cascine tutte una addosso all’altra come se volessero tenersi caldo o meglio nascondere ciò che c’era all’interno, ma cosa c’era all’interno?

Beh! Io e la mia Maria eravamo molto fortunati perché la nostra casa -e dico nostra- era costruita con delle pietre grandi, grandi, ammucchiate una vicina all’altra come se si spingessero, ma in verità si tenevano su una con l’altra.

La casa era appartenuta al papà di Maria che aveva avuto questa unica figlia a cui dedicò tutta la sua vita perché sua moglie era morta quando lei era nata, morta di parto come accadeva allora a tante donne.


Maria, alla sera, quando mi metteva a dormire, raccontava che suo papà era un brav’uomo, un pescatore, aveva una barca tutta di legno che si era costruito fin da bambino e, grazie a quella barca, era riuscito a pescare, vendere il pesce e sfamare la sua famiglia.

Partiva alla sera e non dimenticava mai di baciare sulla fronte Maria e dirle dolci paroline che la facevano  sentire una principessa. La  lasciava sussurrandole ”Maria, dolce Maria, chiudi gli occhi, mia piccina, che papà presto tornerà” e, così dicendo, chiudeva l’uscio. Maria scivolava in un sonno profondo al calduccio, infatti il suo letto era stato costruito con il tronco scavato di un ulivo e riempito con tanto fieno; il papà prendeva il largo dalla scogliera distante pochi passi da casa.

All’alba egli rientrava, andava a vendere il pesce direttamente sulla scogliera e, poi, molto più tardi, correva a casa dalla sua principessa con il cibo.


Dunque, tornando alla nostra casa di pietra, adesso quel letto è il mio.


Il papà di Maria, seppur povero,  aveva anche pagato un maestro che aveva insegnato a sua figlia a leggere e scrivere.

Non ho mai ricevuto un’istruzione, non sono mai andato a scuola, ho conosciuto ragazzi della mia età discendenti da famiglie nobili che mi credevano ignorante. In realtà Maria mi aveva insegnato tutto quello che sapeva, infatti sapevo leggere e scrivere anche se lasciavo che gli altri credessero a me come ad un analfabeta.

Ho sempre creduto in me stesso e non mi sono mai arreso ed è per questo che ho imparato a combattere e a rischiare la vita per sopravvivere.


Rimasto solo, dopo aver pianto pianto e pianto tante lacrime, mi sono guardato intorno, ho preso tutto il coraggio che avevo dentro di me: era ora che camminassi con le mie gambe.


Ho iniziato a correre da casa mia lungo la strada, saltando l’acqua che scorreva al centro, perché era tutta  fogna del villaggio, e, correndo più forte che potevo, raggiunsi la scogliera dove, con due balzi, arrivai all’estremità. Quando sentii il cuore che mi scoppiava in petto, mi fermai, alzai gli occhi e vidi il mio mare.

Era una bella giornata di sole, la brezza soffiava leggera.  Il mare brillava come fosse tempestato di diamanti, era di un azzurro intenso con piccole onde che formavano una sottile schiuma bianca quando si infrangevano sugli scogli, gli spruzzi mi inumidivano il viso ed i capelli.


All’improvviso, alzando gli occhi, mi sembrò di scorgere qualcosa all’orizzonte, allora mi feci ombra agli occhi con le mani e vidi davanti a me tanti velieri con immense vele bianche e la croce rossa.  Erano i velieri di Genova!




Erano tanti, luccicavano al sole e solcavano il mare sembrando solidi e fieri, imponenti ma allo stesso tempo leggeri.


Dentro di me sentii improvvisamente una voglia intensa di essere là sopra. Ecco, era quello il mio posto, ora sapevo ciò che dovevo fare.


Correndo,  raggiunsi il porto prima di sera e chiesi dove e a chi potevo rivolgermi per potermi imbarcare su un veliero anche come mozzo! Dovevo a tutti i costi mettere i miei piedi su quello che avevo visto dalla scogliera.


Mi indicarono una vecchia locanda dove avrei trovato il comandante.

La locanda era sotto i portici vicini al porto, all’interno era buio con tante torce accese e si sentiva cantare canzoni di mare…. l’odore beh! Meglio non descriverlo.


Lungo un tavolaccio c’erano diversi marinai che bevevano seduti su alcune botti sistemate in verticale, alcuni di loro avevano una gamba di legno, altri ancora avevano un occhio bendato.


Quando mi avvicinai, smisero di cantare e… un paio di loro mi dissero di andare a bere il latte dalla mamma perché lì non l’avrei trovato, tutto ciò accompagnato da sghignazzate. Fu allora che con la schiena ben dritta, guardando loro negli occhi e con voce ferma esclamai: “Voglio solcare il mare a bordo di un veliero genovese, devo incontrare il comandante”.


All’improvviso tutti si zittirono (non dico che odore ……grappa, odore di rancido,  sudore vecchio…), nei loro occhi vidi che avevo attirato l’attenzione.

Sentivo un passo dopo l’altro dietro di me. Mi girai lentamente, ormai i miei occhi si erano abituati al buio e vidi un grande uomo che, squadrandomi dall’alto verso il basso, mi poggiò una mano sulla spalla e si presentò: “Eccomi, grande bambino, io sono il comandante Giobatta Grimaldi”.


Era qui  dentro di me che sentii uno squarcio. Il cuore batteva più delle altre volte, finalmente era giunto il segno che il mio destino era sulla strada giusta.


Giobatta, il comandante del veliero più grande della flotta,  proferì: “Ragazzo, tu sai veramente a cosa stai andando incontro? Se vorrai diventare un  marinaio, dovrai affrontare diverse guerre, lotte, soffrire, stare a digiuno per giorni senza cibo e acqua”.

Per la prima volta ero indipendente e responsabile delle mie azioni. Alzai la testa e con convinzione dichiarai: “Sono pronto a tutto, anche al costo di sfuggire alla morte,  voglio essere al vostro servizio e sacrificarmi per Voi, mio capo!”.

Il comandante concluse:  ”Se proprio ci tieni, domani mattina, al sorgere del sole, vieni al molo dove c’è ormeggiato il mio veliero, il Mistral.  Ti aspetto, figliolo”.


Ormai il sole stava calando e  tornai a casa.  Lungo la strada pensai a quello che era successo e quello che sarebbe successo,   felice e deciso  ad andare al molo l’indomani.

All’alba raggiunsi il veliero,  vidi l’azzurro del mare e il cielo con i colori del sole appena sorto,  sentii un leggero vento e l’odore del sale sulla barca.


Il comandante era già lì che mi attendeva: “Buongiorno, ragazzo, dormito bene?” -prese il pugnale che portava nella cinta dei pantaloni e lo lanciò in mare- ”Se lo recuperi, sarà tuo”.

Mi gettai in mare senza neanche pensare e andai giù finché non trovai il pugnale, sentivo i polmoni scoppiarmi in petto, ma, resistendo, tornai a galla e respirai tutta l’aria che poteva, poi salii sul veliero e, raggiunto il comandante, glielo porsi: ”Ecco il vostro pugnale”.

“Ben fatto, ragazzo, il pugnale è tuo. Ma dimmi un po’…” - e guardandomi dritto negli occhi gli alzò il mento con la mano-  “ora lancio questo genovino d’oro e se lo prendi sarà tuo”. Pensai  in un secondo di spostarmi con il sole alle spalle per non essere accecato dalla luce e annunciai al comandante: “Ora sono pronto”. Grimaldi, sorridendo, capì subito la mia astuzia. Sapeva già di aver perso, infatti non si stupì quando afferrai senza dubbi la moneta.


A questo punto il comandante mi fece scendere dalla sua nave portandomi alla locanda dove ci eravamo incontrati, ma, quando stavamo per varcare l’uscio, incontrammo una donna con un neonato tra le braccia che chiedeva la carità per mangiare. Il comandante la scavalcò per entrare e si girò perché verso di me perché ero rimasto fermo a guardare la donna. Mi chiamò: “Forza, ragazzo, entriamo”, ma io non mi mossi, tirai fuori la moneta d’oro e la misi sul neonato, poi entrai con il mio comandante. Una volta entrati, egli si complimentò: ”Sono fiero di te! In poco tempo ho visto un ragazzo forte, astuto e generoso. Domani salpiamo con tutta la flotta al completo”.


Il mattino dopo il veliero levò l’ancora e prese il mare; io avevo solo i miei vestiti, i pantaloni sgualciti e una maglia verde, ma ero tanto felice come da tempo non mi sentivo più. Mi piacevo anche di più con i miei capelli castani un po’ lunghi spettinati dal vento, i grandi occhi marroni che sembrava volessero bere tutta l’acqua del mare, il bel sorriso che mi faceva sorridere anche gli occhi e le tante piccole lentiggini sparse sul naso.


Quando la nave si stava allontanando dalla costa, mi misi a poppa e guardai la mia città, Genova, dal mare. La vidi ancora più bella e le case ancora di più attaccate una all’altra. La mia città, specialmente vista dal mare,  era proprio la Superba.


Pian piano che il veliero si allontanava dalla costa, le case diventavano sempre più piccole e il mare sempre più immenso, fino a quando non si vide più terra all’orizzonte, ma solo il blu del mare che all’orizzonte incontrava l’azzurro del cielo e con lui si confondeva.


Dietro al Mistral procedevano altri velieri più piccoli: era la flotta della mia città che prendeva il largo.


Fin da subito fui messo al lavoro, un duro lavoro: fin dalle prime luci dell’alba dovevo lavare tutto il pavimento del veliero da prua a poppa e strofinare via la salsedine che si accumulava continuamente.  A mezzogiorno ed alla sera dovevo personalmente servire il pranzo e la cena al comandante e i marinai spesso lo tormentavano prendendolo in giro.


Trascorso più di un mese, dopo aver imparato come si pulisce una nave, come funziona la cucina, il comandante decise che era il momento che imparassi come si governa un veliero; venni affiancato al timoniere e qui imparai i venti, le costellazioni e i punti cardinali, le rotte e tutto quello che è necessario per manovrare un veliero.

Spesso Grimaldi mi guardava compiaciuto, probabilmente gli ricordavo tanto lui tanti anni prima.


All’alba di quella mattina del luglio del 1283 mi resi subito conto che era una giornata diversa. Intanto vidi a distanza una piccola isola dove ci sono molti alberi ma nessuna abitazione e tanti tanti gabbiani che volano e riposano.


All’improvviso sentii la vedetta che urlò: ”Veliero all’orizzonteeeee”. Il comandante prese  immediatamente il comando del veliero e, scrutando scrutando, vide un veliero sul quale  sventolava una  bandiera rossa con al centro un’antica croce bianca: era la Repubblica di  Pisa che puntava dritto su di noi! Subito egli riunì l’equipaggio e comunicò a tutti l’assetto di battaglia. Era arrivato il momento tanto atteso,  ora solo una sarebbe stata la Repubblica dominatrice.


Il mio posto fu accanto al comandante. Pian piano, mentre il Mistral si avvicinava al veliero pisano, vedevamo sempre meglio l’altro equipaggio, anche quello pronto per la battaglia.


Ma quello che mi colpì fu un ragazzo della mia età che, proprio sotto l’albero di maestra, stringendo una sciabola nella mano, mi si mise di fronte. Era un ragazzo alto come me, i capelli biondi lunghi  e due occhi curiosi, azzurri come il mare.


Quando i nostri sguardi si incontrarono,  entrambi riconoscemmo l’amore per il mare. Mi venne  un’idea e, girandomi verso il comandante Grimaldi, bastò solo uno sguardo per  capirsi immediatamente; egli annuì con la testa.

Fu a quel punto che il ragazzo del veliero di Pisa mi lanciò la sfida: “Fammi vedere cosa sai fare”, alzando la sciabola.

Gli urlai: “Aspetta…….ho visto nei tuoi occhi il mio stesso amore per il mare, ho visto tutto ciò in cui anch’io credo. Ho una proposto da farti. Invece di spargere il nostro sangue e quello di altri marinai, potremmo fare una gara con i  nostri due velieri, io e te, una vera e propria corsa di velocità sul mare” – e, indicando l’isola aggiunsi: “ Chi arriverà per primo dopo un giro intorno a quell’isola sarà il vincitore assoluto della battaglia tra le due Repubbliche marinare”.

Al ragazzo di Pisa piacque questa nuova idea e,  sorridendo,  guardandomi fisso negli occhi, accettò la sfida con una forte sciabolata nell’aria.


Entrambi gli equipaggi  deposero le armi, lasciarono i posti di battaglia per prendere posto per una sfida di velocità sul mare, il vincitore sarebbe stato l’eroe della battaglia tra le Repubbliche di Genova e Pisa.


I due velieri  nello stesso tempo spiegarono  tutte le vele, che splendevano  al sole. Il vento le gonfiava, gli equipaggi alzarono nel punto più alto le bandiere,  ognuna con lo stemma della propria città.


Entrambi noi ragazzi prendemmo posto al timone. I comandanti delle due flotte diedero insieme il via a questa gara. I velieri iniziarono a solcare il mare, il vento soffiò nelle nostre vele facendoci correre sul mare. Non sembrava una sfida,  bensì una danza sull’acqua dove le due navi sembravano volare leggere. Noi due forse neanche pensavamo al premio in palio,  avevamo i capelli che sventolavano e  gli occhi che brillavano e sorridevano insieme, concentrati in una sfida di passione.


Ebbero un grande tifo i due comandanti da tutta la flotta delle piccole imbarcazioni, ciascuna con la propria bandiera issata, ma ferme in mezzo al mare ad osservare il “volo dei velieri: quella che poi sarà chiamata per sempre regata”.


La gara fu appassionante.  Subito fu in testa il veliero di Pisa che corse veloce sulle onde, ma dopo più della metà del percorso il Mistral lo raggiunse.

Noi due ragazzi avemmo il tempo di  puntarci lo sguardo uno sull’altro. A quel punto alzai gli occhi al cielo, cercai il sole ed urlai al timoniere: “Vira a destraaaaa!”


Improvvisamente il veliero di Pisa si trovò costretto a fare una veloce manovra per evitare di essere investito,  ma così ora il sole accecò il ragazzo al timone… fu un attimo,  ma quanto bastò  al Mistral per fuggire veloce verso la vittoria accompagnato dall’esultanza di tutta la flotta,  Giobatta Grimaldi compreso che sorrise pieno di orgoglio per quel ragazzo….che gli ricordava come lui era….anzi, meglio….al quale si divertiva a prevederne il futuro.


Il 6 agosto del 1284 c’ero anch’io a bordo di una galea presso le secche della Meloria. Ma quella fu tutta un’altra storia.











Fonti utilizzate:

-       AA.VV., La Liguria paese per paese, Voll. III e IV, Guido Mondani Editore, Genova, 1984

-       Ferrando Ivana, I giochi a Genova, Sagep Editrice, Genova, 1969

-       -Dolcino Michelangelo, I misteri a Genova, Pirella Editore, Genova, 1976

-       Alcuni numeri della rivista Focus Storia

-       Ricerche di storia prodotte nell’anno scolastico 2012-2013

-       Sito http://www.storiamedievale.net

Giallo alla Villa del Varignano Vecchio



Era una fresca sera d’estate. La brezza faceva danzare le foglie d’ulivo sulla collina.

Era la terza ora dopo il vespro e , in seguito a una lunga giornata nei campi, finalmente ci potevamo godere la notte. Le mie palpebre erano pesanti e non vedevo l’ora che si chiudessero.

Improvvisamente sentii dei passi avvicinarsi alla camera. Il cuore mi batteva forte. Senza pensarci, mi alzai e, dopo aver messo a posto il letto per far sembrare che non ci fosse stato nessuno, mi ci nascosi sotto.

Un individuo aprì la porta. Dal mio nascondiglio non riuscivo a scorgergli il volto, ma notai che le sue gambe erano bagnate fradicie; a giudicar dalle numerose gocce che cadevano a terra, doveva esserlo anche la restante parte del corpo.

“Lucio? Ci sei?”. Riconobbi quella voce e mi tranquillizzai. Uscii da sotto il letto.

Era Flavio, grondante acqua dalla testa ai piedi e con un braccio sanguinante,

“Si può sapere dove sei stato?” domandai seccato.

“Mi stavo riposando sotto ad un ulivo, non ce la facevo più a zappare”.

Nella villa e nel fondo ognuno aveva le proprie responsabilità e Flavio non era certo affidabile.

“Cosa credi? Anch’io mi spacco la schiena nei campi!”.

Non rispose e si mise a dormire, infradiciando il letto.

“A proposito: perché sei bagnato?”. Ormai russava.

Il giorno dopo fu straziante: il sole batteva forte e si era disposti a fare a pugni per un po’ d’ombra. Quando non c’erano guardie nei paraggi, ogni contadino correva verso l’ulivo più vicino per ripararsi.

Stavo riposando quando mi sentii spinto e caddi nelle morbide zolle di terra. Ero pronto a scommettere che una guardia mi avesse scoperto, ma, quando mi voltai, vidi Marzio che, con il suo solito ghigno, si stendeva all’ombra. Quel tipo è pericoloso. Non stetti neanche a discutere. Stavo per ricominciare a lavorare quando vidi le guardie farci cenno di recarci al loro cospetto.

“Ieri è avvenuto un furto! E’ stato rubato un bene di Marcus, il dominus della villa. Fidatevi, non ci metteremo molto a trovare il colpevole!”

Studiarono i nostri sguardi uno a uno. Povero Flavio: anche se non era il colpevole, mostrava paura come un bambino. Quando constatarono che nessuno voleva ammettere, se ne andarono impartendoci l’ordine di proseguire il nostro lavoro. Mi domandai quale potesse essere l’avere di cui parlava la guardia. Voci tra i contadini dicevano che quella sera ci sarebbe stato un banchetto qui alla Villa del Varignano e che io ero stato scelto per portare le pietanze a tavola.

Infatti, a mezzodì, una guardia venne a recarmi questa notizia. Ciò è strano. Non succede mai che un contadino viene nominato cameriere.

Giunta sera, mi presentai a Marcus. Era vestito con un abito rosso porpora, ma non era quello solito, quello più sfarzoso. Lo sentii bisbigliare al vilicus, il suo fattore: “Se il contadino desta sospetti, interrogatelo e rinchiudetelo”. Quella sera era ben vestito  e profumato.

Gli ospiti erano già stesi sui loro triclini ed erano accompagnati da una musica di cetra. Dovevano essere ospiti importanti. Io reggevo un vassoio con sopra pesce e garum. La tentazione di assaggiarlo era forte, ma resistetti.

Un ospite bevve un sorso d’acqua e fece una smorfia.

“Oh! L’acqua non è di suo gusto?” chiese prontamente un servitore.

“In effetti ha un sapore sgradevole”.

Arrivo Marcus: “Buona serata, miei cari amici! Scusate se vi ricevo con questo abito, ma il mio migliore mi è stato rubato”.

Le guardie mi fissarono, ma, ancora prima che potessi aprire bocca, vidi Marcus che mi puntava con un dito. Senza esitare, buttai il vassoio e cominciai a correre. Ovviamente fui inseguito, credevano fossi stato io a rubare l’abito; ma non capivo cosa avesse di così importante. Uscii dalla villa. Nel buio persero le mie tracce; ero sui rami di un ulivo ai piedi della collina.

Quando si arresero, tornarono indietro. Avevo molto sonno, ma non potevo andare nella mia cubicula. Mi appoggiai a qualcosa di appiccicoso: era sangue non del tutto seccato. Non mi feci domande su perché ci fosse: stavo per cadere nel sonno. In un incavo del tronco dell’ulivo vidi un luccichio. Ci infilai la mano e tirai fuori un velo di seta ornato con oro e perle. Valeva sicuramente una fortuna.

Vidi le guardie dirigersi verso di me. Rimisi il vestito nel tronco e scappai. Mi diressi verso la cisterna. Ero sicuro che il colpevole fosse Marzio, per questo voleva incastrarmi. Capii cosa dovevo fare: “Fermi! So chi è il ladro, vi assicuro che non sono il colpevole!”

Non mi uccisero, mi bloccarono con delle corde, ma mi diedero ascolto.

Il mio piano era aspettare che il ladro si avvicinasse di nascosto all’ulivo. Dopo poco vidi una figura armeggiare intorno all’albero. Fu in quel momento che vidi Marzio spuntare da dietro una siepe e attaccare il ladro.

Lo riconobbi: era Flavio.

Tutto combaciava. Dopo aver preso il vestito, scappò dalle guardie e si ferì al braccio lasciando tracce di sangue sull’ulivo dove aveva nascosto la refurtiva. Poi, nella fretta, cadde nella cisterna dove perse dell’altro sangue conferendo all’acqua un cattico sapore. Tornò nella cubicula dove lo vidi conciato così. Marzio probabilmente sospettava fossi io il ladro e voleva impossessarsi dell’abito.

Le guardie non ebbero pietà: scoccarono le frecce facendolo cadere a terra.


Intervista al vilicus della Villa del Varignano Vecchio






Abbiamo incontrato il Marcus, il vilicus della Villa del Varignano Vecchio. Ci ha rilasciato la seguente intervista.



  • Buongiorno, signore, lei è il vilicus della villa, cioè l’amministratore. So dalle mie fonti che producete esclusivamente olio, vero?
  • No, in questo momento noi produciamo anche prodotti agricoli e riforniamo d’acqua le navi. Comunque, è ancora prevalente la produzione olearia.
  • La produzione agricola ha migliorato la villa?
  • Sì, c’è stato più di un cambiamento. La zona destinata alla coltivazione dell’ulivo ora è destinata alla coltivazione agricola e la cisterna, allargata,  ora contiene l’acqua per il rifornimento delle navi.
  • Interessante…ma come procedono i lavori?
  • Bene, anzi benissimo! Da quando abbiamo introdotto altre produzioni i guadagni sono aumentati.
  • Mi spiegherebbe la lavorazione dell’olio?
  • Con molto piacere. Le olive vengono raccolte e successivamente portate al torchio. Esso è formato da quattro assi verticali, uno orizzontale e il verricello. Le olive vengono pressate e l’olio passa nelle vasche di decantazione per potersi liberare dalle impurità. Successivamente viene messo nelle anfore per poi essere commerciato.
  • I contadini lavorano con zelo?
  • Mah…Alcuni lavorano molto e bene, altri, per farli lavorare, devo farli frustare, e poi eccome lavorano bene! Il lavoro che mi fa provare più compassione per i contadini è il torchio perché è molto faticoso.
  • Prima mi ha parlato della cisterna. Me la descriverebbe?
  • La cisterna ha una doppia volta e una capacità di 15.625 anfore [N.d.R. 1 anfora=48 litri]. All’esterno troviamo dei contrafforti con in mattone, all’interno muri in cocciopesto. Il cocciopesto è un mattone tritato con la pozzolana, che è una pietra vulcanica.
  • Mi descriverebbe il porto?
  • Ha una banchina lunga circa 12 pertiche e profonda 1 [N.d.R. 1 pertica=2,96 metri]. Lo usiamo molto per i commerci.
  • Con chi commerciate principalmente?
  • Con la colonia di Lunae da cui parte la via Aemilia Scauri. E’ un ottimo giro di commerci.
  • Il dominus come si comporta con lei?
  • E’ una persona tendenzialmente cordiale, ma preferirei non parlarne.
  • Lei ha molte responsabilità?
  • Sì, moltissime. Rima di tutto sul personale e riguardo alla villa, poi ogni mese, se non pago al dominus una certa quota, rischio la pelle. Comunque il mio motto è “Grandi produzioni, grandi guadagni”.
    Pensavamo al vilicus come persona che si godeva la vita nelle terme private. Abbiamo incontrato, invece, una persona molto attenta al suo lavoro.

sabato 15 febbraio 2014

Il derby di ritorno


Genova, 4 Febbraio 2014           
Caro Alessandro,
 ieri è successa una cosa veramente inconcepibile che devo assolutamente raccontarti anche se, per tua fortuna, sei tifoso di un’altra squadra ( mi spiace per te che sei nato in Piemonte).
Stavolta è andata male: il derby è loro. All’andata tre pappine e a casa. Oggi invece hanno vinto una partita giocata con  tanta corsa e tanta pressione sui nostri giocatori, ma anche creando qualche buona azione, ad esempio  quella del gol.

Rossoblù i colori che hanno stravinto il derby delle coreografie, ma questo ormai non fa più notizia.  Un’opera d’arte sia la  Nord che i distinti. La Storia ci appartiene e ogni tanto è bene ricordarlo a tutti.
La partita è stata vinta meritatamente dai nostri avversari, anche per nostri troppi demeriti. Può capitare di sbagliare una partita, sarebbe meglio se non fosse il derby.
Bisogna dire  che poteva finire 2 a 0 per loro o anche 1 a 1 oppure 2 a 1 per noi. Gli episodi ci dicono questo. È  mancata un po’ di cattiveria per mettere nel sacco le occasione che sono capitate.
L’hanno preparata meglio, loro, forse mentalmente  l’hanno interpretata meglio. I nostri primi dieci minuti possono averci illuso con l’occasione di Gila sul passaggio di Matu (ti ricordi – quello con tutti i tatuaggi), ma poi siamo spariti, incapaci di essere pericolosi. Con tanti passaggi, ma Gilardino da solo e ben marcato. Un loro tiro su punizione a fil di palo alla destra di Perin. Poi alla prima disattenzione hanno segnato con una combinazione  Eder – Lopez. Come “cervo che esce di foresta” (citazione di mio papà che dovrebbe essere spiritosa – ma io non la capisco !!!) ci ha fatto gol alla sua prima partita dopo il ritorno a Genova.
Il Genoa fatica dopo lo svantaggio. Facciamo anche due gol (ma in netto fuorigioco).
Nel secondo tempo il gioco lo facciamo noi, ma non si riesce ad essere pericolosi se non con qualche mischia.
Dentro Fetfatzidis per De Maio. Inizia l’arrembaggio del Genoa, proviamo anche la carta Sculli dentro al posto di Konaté, poi Gasperini metterà  anche Calaiò per Marchese. Netto predominio territoriale e nel possesso palla, ma anche tanti errori. Ad un certo punto avevamo tre colpitori di testa ma non riuscivamo a fare un cross decente: traiettorie basse o troppo lunghe.

E’ andata male. La cosa peggiore è la sensazione di non esser stati capaci di metter sotto una squadra più debole.
Seconda panchina consecutiva  per capitan Portanova. Il capitano di tutto il girone di andata il derby deve giocarlo. Posso immaginare il suo stato d’animo seduto a guardare i compagni che lottano senza riuscire a raddrizzare un risultato ancora in bilico.

Potevamo giocarcela diversamente, forse con più coraggio,  anche perché la classifica lo permetteva.    
Non facciamo tragedie per questo derby, ma perdere con loro non è mai simpatico.  
Ale, perdere il derby nemmeno negli incubi peggiori, però  se ripenso a Boselli mi sveglio sicuramente col sorriso.J
                                                                                                             Baci   Auro  Description: Description: https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQoMPs9FIZWTHxS5dwfVpIpl2BMai5EBdeRvs_j9seJAUVKBIhV

lunedì 27 gennaio 2014

La fuga degli Spinola



Un ragazzino stava fuggendo da Camogli insieme alla sua famiglia in cerca di un rifugio per fuggire dai Saraceni verso le montagne dell’Appennino Ligure che si stagliavano sopra il paese; questi avevano saccheggiato e bruciato la cittadina uccidendo la maggior parte della popolazione.

 La piccola famiglia era costituita da quattro membri. Il figlio più piccolo si chiamava Lamba, era forte e coraggioso, aveva occhi azzurri e capelli biondi come il sole;  il figlio maggiore si chiamava Rodolfo, era magro timido e un po’ donnaiolo, ma davvero un ragazzo d’oro. I genitori erano delle persone molto indaffarate, ma trovavano sempre un po’ di tempo da dedicare ai figli: il padre aveva trentadue anni mentre la madre trenta; vivevano in una casetta affacciata sul mare e si nutrivano prevalentemente dei pesci che pescava il padre e dei prodotti dell’orto che coltivava la madre. Un'altra parte consistente dei prodotti venivano acquistati al loro mercato: IL MERCATO DEGLI SPINOLA.

In seguito agli attacchi frequenti dei Saraceni ai villaggi costieri la tranquillità dei borghi era stata sconvolta drammaticamente. Il popolo, alla vista delle navi saracene che si avvicinavano all’orizzonte, aveva tentato di rifugiarsi nel castello Dragone per organizzare la resistenza, ma, una volta sbarcati, i Saraceni si dimostrarono immediatamente più forti per numero e per armi.

La prima notte fu tremenda, faceva molto freddo e i viveri erano pochi. La mattina seguente, dopo lunghe ore di cammino, la povera e infreddolita famiglia giunse ad un’abbazia dove furono accolti calorosamente da due anziane suore, le quali offrirono loro una zuppa calda di legumi e una pagnotta; diedero ai poveri Spinola una cura a base di aloe (pianta che proveniva dalle terre saracene) per medicare le ferite apertesi durante la notte passata sotto la pioggia a cercare riparo. Infine le pie religiose donarono delle biglie a Lamba e Rodolfo per svagarsi.

Nell’edificio religioso regnava la pace e il silenzio dovute alle ore di preghiera. Lungo il corridoio che li conduceva alle celle, videro molte suore che camminavano pregando con rosari e libri di devozione. Varcata la soglia della loro accogliente celletta, i genitori, stremati dal lungo viaggio, si accasciarono su un baldacchino posto al centro della stanzetta, mentre i figli si sdraiarono su due comodi letti posti ai lati della letto; il soffitto era affrescato con degli angeli in volo e rappresentava Gesù sulla Croce.

Il giorno seguente, dopo una notte di riposo, una delle suore più anziane bussò alla porta della celletta portando una terribile notizia: la peste stava flagellando i paesi intorno all’abbazia e presto, a meno di un miracolo, sarebbe giunta anche all’abbazia. Appresa la notizia, la famigliola dovette raccogliere le poche cose che era riuscita a salvare e in breve tempo cercare scampo avventurandosi nella zona più inesplorata e selvaggia della foresta per cercare di salvarsi dalla terribile malattia. La foresta era immensa, un gran numero di cerbiatti e caprioli viveva nelle radure, ma, purtroppo, era anche popolata da belve feroci, quali lupi, orsi, e cinghiali.

La mattina seguente il padre si svegliò e si trovò solo. Provò a chiedere aiuto, ma era troppo debole per andare a cercare il resto della famiglia sparita nell’intrico dei rami e dei rovi della foresta e sprofondò prima in uno strano dormiveglia e, quindi, si addormentò.

Sui monti dell’Appennino era nuovamente calata nuovamente la notte. Simone era ancora lì, si svegliò in preda al panico, riprovò a chiamare la sua famiglia, ma in quel momento si rese conto di non essere solo, sentì il rumore dell’acqua, si girò e vide un pescatore intento a pescare delle trote per nutrirsi. Fece un cenno come segno di aiuto, il pescatore notò dei movimenti nella fitta foresta, incuriosito andò a scoprire cosa stava succedendo e trovò Simone sdraiato dolorante e lo portò con sé. Arrivati sulla barca il pescatore, di nome Alberto, gli diede dell’acqua e avvolse le ferite con degli stracci che usava per coprire il pesce. Il viaggio fu molto doloroso per Simone, ma, arrivati nell’abitazione, la famiglia lo medicò e gli diede una zuppa di pesce.

La mattina seguente si svegliò e trovò la sua famiglia accanto a lui. Vedendoli, capì di non aver perso nulla e, al pensiero, si rallegrò. Si abbracciarono e trascorsero la giornata a raccontare l’avventura passata.




Quando la famiglia si riprese, inseguirono il proprio sogno di intrattenere le persone con spettacoli teatrali. Iniziarono ad avere successo nella piccola comunità, guadagnando soldi per comprarsi una piccola casa e mandare avanti la famiglia.

Un freddo giorno di inverno un uomo bussò alla porta e consegnò una lettera contenente soldi. Non ricevevano lettere da molto tempo e furono molto contenti di aprirla: “Cari familiari, sappiamo della vostra situazione economica, sappiamo della vostra grande fama nel mondo del teatro e vogliamo aiutarvi ad avverare il vostro sogno di aprire un teatro gratuito che faccia divertire anche le persone bisognose ”.

La famiglia fu molto felice della lettera e rispose con felicità, ma subito dopo iniziò a pianificare il proprio progetto. Poco tempo dopo furono pronti a comunicarlo a tutta la comunità attraverso rudimentali manifesti. La città fu grata alla famiglia organizzatrice, che da niente erano arrivati a dare tutto quello che possedevano. Gli Spinola, per realizzare il loro progetto, dovettero cedere ai venditori del teatro denaro ,oggetti di valore… e molte altre cose a cui tenevano, ma non quanto il proprio sogno.

Pochi mesi dopo la famiglia aprì il teatro al pubblico. Il loro teatro era piccolo, ma il palcoscenico era molto spazioso, il soffitto era ricco di affreschi raffiguranti immagini scenografiche che rappresentavano la storia della recitazione. Molte persone vennero all’inaugurazione e si divertirono, la comunità iniziò ad usare il teatro come meta di tutti i giorni. I teatranti strinsero amicizia con persone del popolo e i ricchi poterono aiutare loro  a iniziare, a lavorare e guadagnare soldi per vivere.

In città gli Spinola furono molto importanti e tutti ammirarono loro per tutto quello che avevano fatto per la comunità. Essi diventarono sempre più conosciuti e persone fuori da Camogli iniziarono a venire ai loro spettacoli, iniziarono a costruire teatri in loro onore e chiedere loro se potevano andarci una volta; ovviamente la famiglia accettava sempre e il teatro in città iniziò a non essere più usato perché gli Spinola erano sempre fuori città. I genitori, ormai troppo anziani,  decisero di restare in città e recitare i propri spettacoli nel teatro e i figli presero il posto dei genitori e girarono per le città d’Italia recitando. Anche i ragazzi iniziarono a seguire gli spettacoli e iniziarono ad interessarsi al teatro, allora Rodolfo e Lamba decisero di insegnare a recitare. Lamba e Rodolfo si divertirono a insegnare, ma un giorno venne loro consegnata una lettera con scritto di tornare in città per la festa più importante dell’anno. Allora dovettero tornare a casa e, subito dopo lo spettacolo, i genitori si ammalarono e morirono a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.

Trascorsero gli anni, ma loro continuarono a sostenere il teatro perché quello era stato il sogno e il progetto dei loro genitori e non volevano deluderli. Ormai Lambo e Rodolfo erano diventati anziani e lasciarono il posto ai loro figli e a tutti i ragazzi che li avevano aiutati nel passato. Dopo alcuni anni gli eredi iniziarono a sottovalutare il teatro, a non tenerlo bene e a non rispettare le regole imposte dai loro nonni.
Allora Lamba e Rodolfo si arrabbiarono, tolsero ai figli  il teatro e lo tennero loro, recitando nonostante la loro età. Questo era proprio quello che avevano fatto i loro genitori, avevano dato tutto quello che avevano per il teatro perché era il loro sogno. Dopo la loro morte i loro figli avevano impararono la lezione e continuarono a tramandare da padre in figlio la propria passione di recitare fino a fondare un teatro tutto loro.
Claudy, Ely, Emi ed Hele (2^D)

domenica 26 gennaio 2014

Caro Silvio



Caro Silvio*,
in questa pagina di diario ci tengo a narrarti un mio sogno che persevera nella mia mente da quando ero piccolo: mi piacerebbe diventare un insegnante alle scuole medie.
Tu penserai che sono un pazzo a pensare queste cose, considerato il mio rendimento scolastico.. ma è da sempre che ho questa passione per la geografia: mi studiavo a memoria tutte le capitali mondiali, ne conoscevo addirittura 110 su 150 e trascorrevo ore adosservare l'atlante.
La mia passione è cresciuta anche grazie a mio fratello che ha avuto determinazione ed è diventato docente in una scuola media svizzera. Io sto già apprendendo da lui le norme fondamentali per spiegare  e mi sembra molto bello.

Poi, anche stare coi ragazzi mi piacerebbe molto e cercherei di essere loro amico.
Con la mia mentalità da bambino io il professore lo farei così: assegnerei pochi compiti, nelle vacanze niente, il mio metodo di insegnamento sarebbe divertente, coinvolgente e mai noioso. Perchè fare questo? Perchè,cioè, voglio dire.. poveri ragazzi sono già carichi di compiti nelle altre materie, almeno la mia la vorrei rendere bella e divertente...

Oltre a diventare professore mi  piacerebbe fare anche l'esploratore: a me piace molto viaggiare in megalopoli ma anche in posti scinosciuti dall' uomo perché i viaggi sono legati alla geografia e al divertimento.

Un altro mio progetto sarebbe quello di diventare un topografo famoso.  Se te non sapessi cosa fosse la topografia, essa è una disciplina che studia  la scala di una zona e la rappresentazione di un territorio o città. Anche questo l'ho ereditato da mio fratello  che creava mappe geografiche per lavorare e si divertiva.

Il mio futuro spero, caro Silvio, sia orientato verso orizzonti geografici e di insegnamento ai ragazzi.

Come dice Kipling: If you can dream and not make dreams your master.
Roland (2^F)


*Silvio è il nome che ho sempre assegnato al mio diario e non c'entra nulla con altri personaggi.

sabato 25 gennaio 2014

Il detective pensionato


Si alzò faticosamente dalla poltrona e si diresse in camera da letto.  Aprì l’armadio e accarezzò con gesti di nostalgia la sua ormai vecchia divisa da poliziotto.

Il vecchio pensionato Luigi faceva questo rito ogni giorno perché il suo sogno era tornare commissario.

La sua mattina abituale funzionava cosi : si alzava alle undici,mangiava un panino per pranzo e dormiva tutto il pomeriggio. Insomma ,questa vita da sfaccendato lo aveva reso stufo.

Lui voleva rivivere la brezza di un tempo, gli piaceva scoprire i misteri nascosti, stare con gli amici. Ma soprattutto voleva nuovamente indossare la sua vecchia divisa con le stelle d’oro,con i vari distintivi ricevuti negli anni. Anche il suo cappellino con la visiera tutto blu. Il suo completo era davvero elegante, ma ciò che al commissario faceva sentire un vero professionista,era la sua cintura in pelle con tre asole: una per la pistola,una per il telefono di lavoro e, infine una per le manette. Questo bellissimo completo a volte non lo usava:  ad esempio, quando c’erano delle rapine in banca, lui arrivava, con i suoi aiutanti, in borghese di modo che i rapinatori non si accorgessero della sua vera identità.

Mentre Luigi vagava nei suoi ricordi, suonarono alla porta.  Era Simone, il suo migliore amico. L’ex commissario aprì e vide il suo caro amico con un pacchetto fra le mani. Luigi gli fece cenno di entrare. Appena varcò la soglia gli consegnò il regalo. Egli si sedette, scartò il regalo e vide che c’erano dei cioccolatini. L’amico gli svelò: ”Io li ho portati in onore della nostra carriera!” accompagnò la frase con un tenero sorriso.  Luigi contraccambiò e poi gli rivelò: ”Vedi io…non sono in pensione ma mi sono ritirato!” Simone tirò un sospiro sorpreso: ”Come!?!” Luigi spiegò: ”Be’…un giorno ho sentito una discussione tra i capi e, fra i vari argomenti trattati, ci fu anche quello di chi mandare via…In mezzo a quel discorso William Louis…si soffermò un attimo, tirò un libro contro il muro e continuò :”Quell’idiota disse:<<Perché non ci leviamo di torno Luigi?>>. Mi bastarono quelle parole per prendere la mia decisione!

Simone ,rattristato, lo rassicurò: ”Non prenderla così, sai che William fa degli scherzi che feriscono! Però a te piace il tuo lavoro?”

Luigi sospirò: ”E’ ovvio, però…!”

Il caloroso amico lo fermò:”Vedi,sai che ti dico?Oggi stesso andremo alla base per  chiedere la riassunzione!”

Detto questo, si alzò e si diresse verso la porta, ma fu frenato dal suo amico: ”Ok, però mi voglio travestire!”

L’amico tirò un sospiro e andò. Il negozio per travestimenti era lì nei paraggi, quindi Luigi stette ad aspettare l’amico davanti ad uno dei suoi fumetti preferiti. Dopo venti minuti di attesa,Simone tornò,diede il sacchetto all’amico e disse con il fiatone:”Ora provali e guarda se vanno bene! Spero che ti piacciano!”

Luigi  esegui l’ordine :”Perfetti, poi sono anche un po’ ingrassato, quindi non mi riconosceranno ,terrò notte e giorno i miei Ray-Ban con le lenti scure!” Simone annui : ”Facciamo che io entro dicendo che sei mio cugino e che vuoi entrare nella carriera!” Luigi si preparò con la divisa, le scarpe, la parrucca, i baffi e i Ray-Ban

.Uscirono, alla guida della Jaguar blu ci stette Simone che guidava sempre sicuro e ide veloce, proprio lo stile di guida che l’ex commissario adorava!

Arrivati a destinazione, Simone parcheggiò e chiese a Harry Clooney :”Questo è un mio lontano cugino,può venire a lavorare qui?”Il dirigente rispose: ”Beh..dovremmo metterlo sotto una serie di prove!” Luigi annui guardando con emozione il suo amato luogo. Quel posto era un hotel dove alloggiavano i poliziotti e il loro luogo di lavoro era poco distante. Modificando la voce: ”Certo va bene! Quando iniziamo?”-domandò con aria interessata. Harry Clooney, con un sospiro: ”Iniziamo oggi!” –lo informò con un grande sorriso. Luigi annuì. Simone disse:”Beh..io vi lascio da soli…” Iniziando ad incamminarsi ,fu fermato da Harry: ”No! Tu resti perché, da buon detective,devi dare istruzioni a tuo cugino! ”Simone  allora restò. Harry, senza esitare, scosse un campanellino, arrivò l’inserviente di nome Albert. Il direttore ordinò: ”Albert, mostragli le loro camere!”

 Il fattorino esegui l’ordine, salirono due rampe di scale e arrivarono davanti ad una porta in legno con un’insegna in acciaio con sopra scritto 16. Luigi, entrando nella camera, riconobbe che era la sua. Quella moquette verde con quei piccoli fiori gialli,la tappezzeria color crema,gli armadi bianchi e lo specchio che prendeva tutto il corpo gli ricordavano la prima volta che era entrato lì a venti due anni. Ora ripensare a quel  momento era bellissimo. Rimase per un attimo estasiato,poi fu Albert a dirgli: ”Signor..”

Luigi :”Sì, scusi?”

Dopo che Albert ebbe spiegato tutto, se ne andò. Il detective decise di farsi una dormita.  




Verso le sei venne svegliato di botto da un allarme, sentì urla e grida. Come prima idea gli venne di andare a cercare Simone. Uscì dalla camera e vide delle fiamme, poi decise di mantenere la calma, si affacciò alla finestra e vide che c’era il tubo dell’acqua, così prese il lenzuolo, lo legò alla finestra, si calò, prese l’acqua e la spruzzò sull’edificio. Entrò e per  fortuna, tutti erano salvi.

Il dirigente che sembrò aver capito la vera identità del commissario, gli fece un sorriso: “ Luigi, ci hai salvati per la seconda volta! “
 Emi (2^D)